Decarbonizzazione delle imprese e criteri ESG

Le imprese sono chiamate ad agire tempestivamente rimodellando i processi produttivi in funzione degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2.

ESG

Marco Merlo Campioni, CEO di save NRG, analizza il tema della decarbonizzazione delle imprese.

L’emergenza climatica è una delle sfide più significative del XXI secolo. Ridurre le emissioni di gas a effetto serra per cercare di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C è un obiettivo non più rinviabile. Gli addetti ai lavori prospettano una decarbonizzazione del sistema economico, attraverso il raggiungimento di due obiettivi intermedi di riduzione delle emissioni di gas serra: il primo, prevede una diminuzione dell’intensità energetica così da ridurre l’energia necessaria per produrre un’unità di prodotto; il secondo, un calo dell’intensità carbonica, ovvero della quantità di gas serra emessa per ciascuna unità di energia utilizzata. Il raggiungimento del primo obiettivo richiede misure per l’efficienza energetica mentre, per soddisfare il secondo è necessario adottare tecnologie che diminuiscano l’impronta carbonica degli usi energetici come, ad esempio, la generazione elettrica con fonti rinnovabili. Ed è in questa direzione che si muovono i diversi accordi stretti tra i Paesi a partire dagli Accordi di Parigi del 2015, passando per l’Agenda ONU 2030, sino ad arrivare al Green Deal europeo e al Next Generation EU. Va da sé che, per raggiungere questi obiettivi, è necessario l’impegno di tutti gli attori coinvolti: governi, istituzioni, cittadini e imprese.

L’efficienza carbonica

Se da un lato i governi possono intervenire, a livello legislativo, con norme specifiche di tutela e promozione ambientale che coinvolgano sia i cittadini che le imprese, dall’altro, queste ultime, sono chiamate ad agire tempestivamente rimodellando i processi produttivi in funzione degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Un impegno che si è tradotto nell’adesione, da parte delle principali imprese a livello globale, al Global Compact delle Nazioni Unite, proprio per definire, insieme, gli obiettivi aziendali necessari per lo sviluppo sostenibile e la riduzione delle emissioni science-based così da raggiungere un’economia net-zero entro il 2050. Stando ai dati il 59,5% delle imprese manifatturiere nel corso del 2022 ha intrapreso pratiche di sostenibilità (il 50,3% segue pratiche di tutela ambientale; il 44,6% iniziative di sostenibilità sociale; il 38,6% ha svolto azioni di sostenibilità economica).

Analizzando i dati da un punto di vista geografico, è interessante notare come le imprese manifatturiere maggiormente sostenibili siano localizzate principalmente nel Nord-est (61,8%) e nel Nord-ovest (60,2%). Si tratta per lo più di grandi imprese (81,5%), vincolate anche alla rendicontazione di sostenibilità prevista dalla CSRD, mentre, per le imprese di minori dimensioni, la quota di coinvolgimento è ferma al 36,1%.

Nonostante questo dato di partecipazione inferiore è importante sottolineare come, nel panorama italiano, siano proprio le piccole medie imprese (PMI) a giocare un ruolo fondamentale nel quadro della transizione energetica. Il Rapporto Regionale PMI 2023 quantifica 163.551 piccole medie imprese (+ 4,2% rispetto al 2020), con un fatturato pari a 904,2 miliardi, concentrate prevalentemente nel Nord Ovest. Secondo le previsioni 36 mila imprese adotteranno entro il 2024 la transizione 4.0, di cui il 25% con fondi messi a disposizione dal PNRR.

Una scelta dettata, in parte, anche dalla rilevanza che i criteri ESG stanno assumendo nel quadro di valutazione delle imprese da parte dei soggetti finanziatori, sia pubblici che privati. Acronimo di Environmental, Social and Governance, gli ESG rappresentano degli indicatori che permettono di analizzare l’attività di un’impresa non solo sulla base degli aspetti finanziari, ma anche sotto il profilo ambientale, sociale e di buona governance. Il Rapporto sui Sustainable Development Goals (SDGs) mostra empiricamente l’impatto dei criteri ESG con 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) e i relativi 169 target. Nonostante i segnali positivi, per le imprese italiane la strada è ancora lunga: i dati indicano come l’8% mostra un livello molto basso di adeguatezza ESG; il 60% un livello mediobasso; il 30% uno stadio avanzato di adeguatezza. Le aziende che hanno un fatturato superiore ai 10 milioni di euro si caratterizzano di gran lunga nella transizione verso un’economia più sostenibile, con una maggiore concentrazione nelle classi ad alta e molto alta di adeguatezza ESG.

L’efficienza energetica

In questo contesto, l’efficienza energetica sta assumendo un ruolo sempre più centrale sia come soluzione implementata dalle imprese per gli obiettivi di decarbonizzazione sia come paradigma strategico delle politiche net-zero emission promosse a livello europeo. Non a caso, la IEA, nel suo report annuale ha evidenziato la necessità di raddoppiare gli sforzi per migliorare l’efficienza energetica proprio per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2050. Secondo le proiezioni dell’IEA, entro il 2030 diventa cruciale aumentare l’efficienza energetica di almeno il 4% all’anno, il doppio rispetto al tasso attuale del 2,2%. Questa accelerazione è essenziale per raggiungere gli obiettivi di emissioni nette zero previsti dal piano di azione europeo entro il 2050. Inoltre, tale incremento al 4% non solo porterebbe a una netta riduzione delle emissioni di CO2 ma comporterebbe anche una serie di vantaggi sociali ed economici significativi.

Si delinea, infatti, uno scenario di sviluppo economico positivo, con la creazione di nuovi posti di lavoro e una diminuzione della dipendenza energetica e della povertà energetica.

In conclusione, la sostenibilità, nelle sue varie declinazioni, non solo mitiga l’effetto dei cambiamenti climatici, ma può rappresentare un volano per la crescita e la competitività. Le imprese che hanno investito in tecnologie innovative a basso consumo energetico mostrano, infatti, un vantaggio in termini di produttività, soprattutto in presenza di investimenti in R&S (84.800 euro).